Sono passati anni, molti anni, dal “pensiero del ricordo” che le parole di Guerra e Fellini traducono nella struttura poetica che identifica la costa nel sogno (di un’adolescenza come di un’identità psicologica a scala collettiva). Oggi avendo di fronte la costa italiana (e quella romagnola in particolare) è probabile che sia forse giustificato porsi nella condizione di individuare in essa un malato e non avere nessun dubbio sulla totale assenza di ipotetiche risorse immaginative, che possano mostrarlo come un convinto ipocondriaco. Seguendo l’analogia biologica, poi, appare altrettanto interessante comprendere come questo inguaribile possa costituire uno stimolante tessuto per l’azione diagnostico-chirurgica data la compresenza di diversi sistemi strutturati: morfologia del territorio, articolazione degli spazi costruiti, interazioni climatiche, intersezioni infrastrutturali, connessioni normative, aspetti naturalistici. Si potrà dire che per avere di fronte un caso clinico sarebbe bastato svoltare l'angolo della propria città, attraversare una cerchia periferica, un'area di lottizzazione, alzare gli occhi sullo scenario di qualunque tessuto urbano ormai mimetizzato con i consoni stilemi del degrado per giustificare una tale scelta di ricerca e forse la radicalità dell'operazione sarebbe stata altrettanto forte per l'espressività infernale dominata dall'impotenza del progetto e dalla rappresentazione del bisogno (in tutte le sue forme e qualità); ma questa negatività esclusa e abbandonata deve possedere doti e caratteri, che possano anche divertire il chirurgo, perché si rendano espliciti i poteri della contraddizione, dell'ineluttabilità, dell'ibrido e del sottile confine (ironico e a volto comico) che legano i temi della complessità. A questo proposito la scelta, per l'estrazione di un campionamento di micro-contesti sufficientemente esemplificativi, del territorio della costa adriatica romagnola permette di mettere a fuoco diverse condizioni di degrado in cui la veloce edificazione dovuta allo sviluppo dell'industria turistica-alberghiera ha dovuto fare i conti con l'ambiente (marittimo, agricolo, fluviale, ecc.) in un processo di progressiva antropizzazione che ha trasformato il paesaggio con una tale rapidità costruttiva da annullare anche nella memoria collettiva i margini percettivi dell'ultimo fotogramma ambientale rapidamente consumato nello scorrere delle vicende. Ci sono in questi luoghi evidenti i segni di una malattia profonda, forse congenita, trascurata nella terapia e alimentata nel suo diffondersi dall'offerta di sempre nuovi ambienti culturali, pronti a facilitare processi di attecchimento autorigenerativi, clonazioni, innesti inaspettati. Sembra di sorvolare un grande laboratorio urbanistico in cui si sperimentano nuove tipologie, si pongono le fondamenta delle future incongruenze normative, e si cerca di raggiungere le soglie di non ritorno in molti cambi dell'azione (inquinamento, utilizzazione dei suoli, informazione, accessibilità) in un'atmosfera che viene incessantemente assordata dal dibattere e dal criticare degli operatori. Questo carnaio edilizio, sproporzionato per la reale dimensione urbana dei dodici comuni della fascia costiera, si addormenta dalla fase autunnale per tutto l'inverno e la prima parte della primavera permettendo di visualizzare con estrema facilità i suoi profili, come in una maschera funebre, rilassata e fredda, in attesa di rinascere. Il letargo dalla maggioranza delle città turistiche è una particolarità assai utile per rilevare e riprendere in assenza dell'occhio vigile e curioso della proprietà: permette di comprendere di leggere molte relazioni ambientali dello spazio costruito e di riscoprire le gerarchie del paesaggio, i fattori estensivi, i reali pesi percettivi. Lungo svariati chilometri di costa si dipana, ormai senza soluzione di continuità, un ciclopico nastro, spesso alcune centinaia di metri, che mostra la sua rigida quinta, scandita da un ritmo prevedibile che inesorabilmente condiziona ciò che resta della risorsa naturale. Eppure, come per il sogno/racconto della balena di Tonino Guerra che appare sulla spiaggia arenata durante la notte a riaccendere il potere dell'immaginazione, così anche questo grande teatro del divertimento, velocemente superato ed invecchiato dopo il periodo di massimo gradimento raggiunto negli anni '70, sembra oggi ineluttabilmente in attesa come una dormiente armatura, meta¬morfosi post-industriale degli inutilizzati bunkers di germanico ricordo, che aspettarono da queste dune un'invasione mai avvenuta. Il processo di trasformazione naturale autoregolava l'ambiente attraverso specifiche relazioni che si instauravano tra il sistema costiero, l'entroterra e i percorsi fluviali. Le lagune e le estese zone umide governavano e mediavano il lento lavorio delle acque nell'uno e nell'altro senso. Questo sistema, particolarmente vulnerabile per la sua intrinseca tendenza evolutiva verso una progressiva continentalizzazione delle lagune nel rapporto dinamico generato dai suoi principali agenti (apporti fluviali, maree), viene coinvolto da un intervento artificiale che impone un nuovo ordine attraverso estese azioni di bonifica, realizzate soprattutto da dopo l'Unità d'Italia e per buona parte del XX sec. fino al secondo dopoguerra, che tentano di recuperare superfici di suolo per le attività agricole, razionalizzando i percorsi fluviali dei fossi e degli scoli e organizzando sul disegno del paesaggio nuove forme e nuove geometrie: il bene naturale comincia a trasformarsi in bene economico. Le bonifiche delle paludi, cominciate dal 1870 con interventi di regimazione e di ricanalizzazione, procederanno velocemente nella Romagna e nel Ferrarese dopo l'approvazione della legge Baccarini del 1882 e permetteranno di investire grandi capitali nell'agricoltura estensiva connessa anche alla nascente industria dello zucchero, derivato dalla coltivazione delle barbabietole. L'arrivo di finanziamenti pubblici incentiverà l'avanzata del capitalismo agrario e le campagne modificheranno progressivamente il loro paesaggio. Durante il periodo fascista e fino agli anni '60 i Consorzi di bonifica, istituzionalizzati nell'età liberale, continueranno a svolgere e a completare le azioni intraprese sul finire del secolo scorso, mentre l'agricoltura sviluppa produzioni sempre più specializzate dal seminativo arborato, ai frutteti ed ai vigneti. La risorsa naturale subirà poi un evidente sfruttamento durante il ventennio 1950-1970: l'esponenziale crescita economica porterà sulla costa i modelli degenerati del paesaggio urbano riciclati per l'industria del turismo, riducendo al minimo gli spazi di sopravvivenza della naturalità (aree umide e pinete) e cercando di trovare una ipocrita mediazione con l'entroterra lasciando occupare le zone marginali "da un'agricoltura inutile ed in un certo senso distruttiva". La skyline e la sezione del paesaggio subiscono drastiche modificazioni: - si annullano per sempre le variazioni di quota generate dagli ambiti naturali: in positivo (dune e pinete) ed in negativo (paludi, zone umide); - si sovrappone sul profilo della costa un reticolo ordinatore che allinea le formazioni residenziali; - si mantiene netta la separazione tra gli ambiti (il naturale, l'agricolo, l'urbano): strade, canali, una fila di pali di illuminazione; - ma soprattutto si sostituisce allo spazio emozionale e variato della natura la continuità delle strutture artificiali, "che sfruttano la presenza di grandi masse di popolazione per alimentarne il consumo". Ma ora, che alla filosofia del dominio viene opposta la nuova filosofia del rispetto dell'ambiente, questa presenza ossessiva sul litorale (memoria della risposta efficiente ed efficace alla domanda di turismo di massa di vent'anni fa) appare lontanissima dalla nascente cultura balneare, che continua a chiedere sempre maggior integrazione di natura conservata, mentre determina un peso negativo prevalente nell'atto della scelta turistica.

L’immagine della costa. Dalla scoperta del mare alle prime residenze marine, all’industrializzazione turistica

BALZANI, Marcello
2008

Abstract

Sono passati anni, molti anni, dal “pensiero del ricordo” che le parole di Guerra e Fellini traducono nella struttura poetica che identifica la costa nel sogno (di un’adolescenza come di un’identità psicologica a scala collettiva). Oggi avendo di fronte la costa italiana (e quella romagnola in particolare) è probabile che sia forse giustificato porsi nella condizione di individuare in essa un malato e non avere nessun dubbio sulla totale assenza di ipotetiche risorse immaginative, che possano mostrarlo come un convinto ipocondriaco. Seguendo l’analogia biologica, poi, appare altrettanto interessante comprendere come questo inguaribile possa costituire uno stimolante tessuto per l’azione diagnostico-chirurgica data la compresenza di diversi sistemi strutturati: morfologia del territorio, articolazione degli spazi costruiti, interazioni climatiche, intersezioni infrastrutturali, connessioni normative, aspetti naturalistici. Si potrà dire che per avere di fronte un caso clinico sarebbe bastato svoltare l'angolo della propria città, attraversare una cerchia periferica, un'area di lottizzazione, alzare gli occhi sullo scenario di qualunque tessuto urbano ormai mimetizzato con i consoni stilemi del degrado per giustificare una tale scelta di ricerca e forse la radicalità dell'operazione sarebbe stata altrettanto forte per l'espressività infernale dominata dall'impotenza del progetto e dalla rappresentazione del bisogno (in tutte le sue forme e qualità); ma questa negatività esclusa e abbandonata deve possedere doti e caratteri, che possano anche divertire il chirurgo, perché si rendano espliciti i poteri della contraddizione, dell'ineluttabilità, dell'ibrido e del sottile confine (ironico e a volto comico) che legano i temi della complessità. A questo proposito la scelta, per l'estrazione di un campionamento di micro-contesti sufficientemente esemplificativi, del territorio della costa adriatica romagnola permette di mettere a fuoco diverse condizioni di degrado in cui la veloce edificazione dovuta allo sviluppo dell'industria turistica-alberghiera ha dovuto fare i conti con l'ambiente (marittimo, agricolo, fluviale, ecc.) in un processo di progressiva antropizzazione che ha trasformato il paesaggio con una tale rapidità costruttiva da annullare anche nella memoria collettiva i margini percettivi dell'ultimo fotogramma ambientale rapidamente consumato nello scorrere delle vicende. Ci sono in questi luoghi evidenti i segni di una malattia profonda, forse congenita, trascurata nella terapia e alimentata nel suo diffondersi dall'offerta di sempre nuovi ambienti culturali, pronti a facilitare processi di attecchimento autorigenerativi, clonazioni, innesti inaspettati. Sembra di sorvolare un grande laboratorio urbanistico in cui si sperimentano nuove tipologie, si pongono le fondamenta delle future incongruenze normative, e si cerca di raggiungere le soglie di non ritorno in molti cambi dell'azione (inquinamento, utilizzazione dei suoli, informazione, accessibilità) in un'atmosfera che viene incessantemente assordata dal dibattere e dal criticare degli operatori. Questo carnaio edilizio, sproporzionato per la reale dimensione urbana dei dodici comuni della fascia costiera, si addormenta dalla fase autunnale per tutto l'inverno e la prima parte della primavera permettendo di visualizzare con estrema facilità i suoi profili, come in una maschera funebre, rilassata e fredda, in attesa di rinascere. Il letargo dalla maggioranza delle città turistiche è una particolarità assai utile per rilevare e riprendere in assenza dell'occhio vigile e curioso della proprietà: permette di comprendere di leggere molte relazioni ambientali dello spazio costruito e di riscoprire le gerarchie del paesaggio, i fattori estensivi, i reali pesi percettivi. Lungo svariati chilometri di costa si dipana, ormai senza soluzione di continuità, un ciclopico nastro, spesso alcune centinaia di metri, che mostra la sua rigida quinta, scandita da un ritmo prevedibile che inesorabilmente condiziona ciò che resta della risorsa naturale. Eppure, come per il sogno/racconto della balena di Tonino Guerra che appare sulla spiaggia arenata durante la notte a riaccendere il potere dell'immaginazione, così anche questo grande teatro del divertimento, velocemente superato ed invecchiato dopo il periodo di massimo gradimento raggiunto negli anni '70, sembra oggi ineluttabilmente in attesa come una dormiente armatura, meta¬morfosi post-industriale degli inutilizzati bunkers di germanico ricordo, che aspettarono da queste dune un'invasione mai avvenuta. Il processo di trasformazione naturale autoregolava l'ambiente attraverso specifiche relazioni che si instauravano tra il sistema costiero, l'entroterra e i percorsi fluviali. Le lagune e le estese zone umide governavano e mediavano il lento lavorio delle acque nell'uno e nell'altro senso. Questo sistema, particolarmente vulnerabile per la sua intrinseca tendenza evolutiva verso una progressiva continentalizzazione delle lagune nel rapporto dinamico generato dai suoi principali agenti (apporti fluviali, maree), viene coinvolto da un intervento artificiale che impone un nuovo ordine attraverso estese azioni di bonifica, realizzate soprattutto da dopo l'Unità d'Italia e per buona parte del XX sec. fino al secondo dopoguerra, che tentano di recuperare superfici di suolo per le attività agricole, razionalizzando i percorsi fluviali dei fossi e degli scoli e organizzando sul disegno del paesaggio nuove forme e nuove geometrie: il bene naturale comincia a trasformarsi in bene economico. Le bonifiche delle paludi, cominciate dal 1870 con interventi di regimazione e di ricanalizzazione, procederanno velocemente nella Romagna e nel Ferrarese dopo l'approvazione della legge Baccarini del 1882 e permetteranno di investire grandi capitali nell'agricoltura estensiva connessa anche alla nascente industria dello zucchero, derivato dalla coltivazione delle barbabietole. L'arrivo di finanziamenti pubblici incentiverà l'avanzata del capitalismo agrario e le campagne modificheranno progressivamente il loro paesaggio. Durante il periodo fascista e fino agli anni '60 i Consorzi di bonifica, istituzionalizzati nell'età liberale, continueranno a svolgere e a completare le azioni intraprese sul finire del secolo scorso, mentre l'agricoltura sviluppa produzioni sempre più specializzate dal seminativo arborato, ai frutteti ed ai vigneti. La risorsa naturale subirà poi un evidente sfruttamento durante il ventennio 1950-1970: l'esponenziale crescita economica porterà sulla costa i modelli degenerati del paesaggio urbano riciclati per l'industria del turismo, riducendo al minimo gli spazi di sopravvivenza della naturalità (aree umide e pinete) e cercando di trovare una ipocrita mediazione con l'entroterra lasciando occupare le zone marginali "da un'agricoltura inutile ed in un certo senso distruttiva". La skyline e la sezione del paesaggio subiscono drastiche modificazioni: - si annullano per sempre le variazioni di quota generate dagli ambiti naturali: in positivo (dune e pinete) ed in negativo (paludi, zone umide); - si sovrappone sul profilo della costa un reticolo ordinatore che allinea le formazioni residenziali; - si mantiene netta la separazione tra gli ambiti (il naturale, l'agricolo, l'urbano): strade, canali, una fila di pali di illuminazione; - ma soprattutto si sostituisce allo spazio emozionale e variato della natura la continuità delle strutture artificiali, "che sfruttano la presenza di grandi masse di popolazione per alimentarne il consumo". Ma ora, che alla filosofia del dominio viene opposta la nuova filosofia del rispetto dell'ambiente, questa presenza ossessiva sul litorale (memoria della risposta efficiente ed efficace alla domanda di turismo di massa di vent'anni fa) appare lontanissima dalla nascente cultura balneare, che continua a chiedere sempre maggior integrazione di natura conservata, mentre determina un peso negativo prevalente nell'atto della scelta turistica.
9788838746311
waterfront; progetto urbano; analisi urbana; costa romagnola; industrializzazione turistica; recupero urbano
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