I temi discussi e le proposte avanzate nel documento Per un patto sociale sulla produttività e la competitività costituiscono pertanto, anche alla luce di quanto sopra discusso in chiave regionale, un terreno di confronto per tutte le forze sociali, le istituzioni, ed il governo del nostro paese. Dal lontano accordo del 23 luglio 1993 sono trascorsi quindici anni nei quali si sono alternate fasi di confronto proficuo a fasi di rottura sul terreno della concertazione. Parti significative di quel protocollo non hanno mai visto attuazione, altre solo parziale attuazione, soprattutto a livello microeconomico. Si pensi proprio a quanto quel protocollo “suggeriva” in tema di partecipazione delle forze sociali e sindacali per l’accrescimento della competitività dell’impresa. Più che ridiscutere sulle rispettive responsabilità, si tratta di affrontare quelle questioni già li presenti, e che non hanno perso rilevanza in questo ultimo decennio. Anzi, questa è cresciuta anche in ragione delle difficoltà progressive manifestate dal sistema economico nazionale, dalle sfide, dalle conoscenze e dagli insegnamenti emersi negli anni più recenti. Si tratta così di recuperare un percorso innovativo che è stato perso per strada. Il protocollo di concertazione del 2007 (Protocollo su previdenza, lavoro, e competitività per l’equità e crescita sostenibili, Luglio 2007) non costituisce una risposta sufficiente, e neppure adeguata per certi versi, alle difficoltà ed alle urgenze del nostro sistema produttivo. Lo stallo che ha colpito il processo di ridefinizione del modello contrattuale, ancorato ai tratti definiti dall’accordo del 23 luglio 1993, è imputabile ai diversi attori sociali. Una recente via di uscita dalle sabbie mobili in cui ristagnava il processo di riforma si è concretizzato in una netta spaccatura dell’unità d’azione dei tre più rappresentativi sindacati: CGIL, CISL e UIL. Questi ultimi due hanno firmato con l’associazione degli industriali un documento che definisce le linee guida per la contrattazione nel prossimo futuro (Linee di riforma per la struttura della contrattazione) . Quali saranno gli effetti della mancata adesione alle linee guida da parte del maggiore sindacato rappresentativo italiano, a parte una certa mancanza di robustezza sul piano pratico, non sono prevedibili a priori. Sicuramente si può ipotizzare che vi saranno dei notevoli problemi di gestione ed implementazione a livello locale e di impresa delle linee guida sottoscritte, con deleterie impasse nelle relazioni tra i diversi attori sociali, oltre all’esacerbarsi di alcune criticità come portato di specifici elementi dell’accordo: appiattimento retributivo e forti limiti di deroga del contratto di secondo livello nei confronti del contratto collettivo nazionale . Quali che siano gli effetti dell’accordo un dato è certo: l’unità d’azione dei maggiori sindacati si è incrinata. Le ripercussioni sulla concertazione tripartita saranno pesanti. A fronte di ciò l’azione del governo non pare orientata ad un tentativo di ricomposizione delle divergenze, anzi, sia l’aver tenuto la regia dell’incontro tra CISL, UIL e Confindustria, sia decisioni unilaterali prese recentemente in materia di lavoro e welfare, che modificano alcuni punti del protocollo del 23 Luglio 2007 (decreto legge 112 del 25 Giugno 2008), senza la consultazione delle parti sociali, sembrano orientate da una logica del divide et impera. Tuttavia, minare le fondamenta della concertazione in un momento storico in cui la condivisione di un programma di lungo periodo tra le parti sociali per il sostegno della crescita economica sembra più che auspicabile non pare una strategia lungimirante. Il dialogo sociale, nella veste di concertazione tripartita, può essere lo strumento per determinare le basi di politiche economiche e sociali che sostengano la crescita e l’occupazione a livello macro. Specularmente, relazioni industriali basate sulla cooperazione tra le parti sociali a livello micro possono rappresentare la base per intense politiche innovative da parte delle imprese, specialmente sotto il profilo del cambiamento organizzativo, in grado di sostenere la competitività delle imprese stesse. Sarebbe, inoltre, auspicabile che la politica di concertazione riprendesse un cammino con un tasso di innovatività più elevato, almeno con quel tasso di innovatività che così spesso è richiesto ai singoli agenti, imprese o lavoratori, da parte delle stesse forze sociali e dal governo. Alla luce della presente crisi economica sorgono diversi interrogativi che lasciamo aperti per fornire spunti di riflessione. In linea con l’evidenza storica che mostra una decisa correlazione tra periodi di crisi economica e intensificazione della centralizzazione del sistema di relazioni industriali. assisteremo anche nei prossimi anni ad un “nuovo” richiamo alla centralizzazione?; possiamo considerare obsolete le posizioni delle parti sociali espresse negli ultimi tempi ed esprimere l’opportunità di un “new deal” tra gli attori sociali volto a fronteggiare le difficoltà contingenti?; le autorità di governo asseconderanno e parteciperanno ai processi di concertazione o proseguiranno in un’opera che appare di delegittimazione dei processi di concertazione stessi?

Impresa, relazioni industriali e innovazione. Dieci anni di indagini sui sistemi produttivi locali dell’Emilia Romagna.

PINI, Paolo;ANTONIOLI, Davide
2009

Abstract

I temi discussi e le proposte avanzate nel documento Per un patto sociale sulla produttività e la competitività costituiscono pertanto, anche alla luce di quanto sopra discusso in chiave regionale, un terreno di confronto per tutte le forze sociali, le istituzioni, ed il governo del nostro paese. Dal lontano accordo del 23 luglio 1993 sono trascorsi quindici anni nei quali si sono alternate fasi di confronto proficuo a fasi di rottura sul terreno della concertazione. Parti significative di quel protocollo non hanno mai visto attuazione, altre solo parziale attuazione, soprattutto a livello microeconomico. Si pensi proprio a quanto quel protocollo “suggeriva” in tema di partecipazione delle forze sociali e sindacali per l’accrescimento della competitività dell’impresa. Più che ridiscutere sulle rispettive responsabilità, si tratta di affrontare quelle questioni già li presenti, e che non hanno perso rilevanza in questo ultimo decennio. Anzi, questa è cresciuta anche in ragione delle difficoltà progressive manifestate dal sistema economico nazionale, dalle sfide, dalle conoscenze e dagli insegnamenti emersi negli anni più recenti. Si tratta così di recuperare un percorso innovativo che è stato perso per strada. Il protocollo di concertazione del 2007 (Protocollo su previdenza, lavoro, e competitività per l’equità e crescita sostenibili, Luglio 2007) non costituisce una risposta sufficiente, e neppure adeguata per certi versi, alle difficoltà ed alle urgenze del nostro sistema produttivo. Lo stallo che ha colpito il processo di ridefinizione del modello contrattuale, ancorato ai tratti definiti dall’accordo del 23 luglio 1993, è imputabile ai diversi attori sociali. Una recente via di uscita dalle sabbie mobili in cui ristagnava il processo di riforma si è concretizzato in una netta spaccatura dell’unità d’azione dei tre più rappresentativi sindacati: CGIL, CISL e UIL. Questi ultimi due hanno firmato con l’associazione degli industriali un documento che definisce le linee guida per la contrattazione nel prossimo futuro (Linee di riforma per la struttura della contrattazione) . Quali saranno gli effetti della mancata adesione alle linee guida da parte del maggiore sindacato rappresentativo italiano, a parte una certa mancanza di robustezza sul piano pratico, non sono prevedibili a priori. Sicuramente si può ipotizzare che vi saranno dei notevoli problemi di gestione ed implementazione a livello locale e di impresa delle linee guida sottoscritte, con deleterie impasse nelle relazioni tra i diversi attori sociali, oltre all’esacerbarsi di alcune criticità come portato di specifici elementi dell’accordo: appiattimento retributivo e forti limiti di deroga del contratto di secondo livello nei confronti del contratto collettivo nazionale . Quali che siano gli effetti dell’accordo un dato è certo: l’unità d’azione dei maggiori sindacati si è incrinata. Le ripercussioni sulla concertazione tripartita saranno pesanti. A fronte di ciò l’azione del governo non pare orientata ad un tentativo di ricomposizione delle divergenze, anzi, sia l’aver tenuto la regia dell’incontro tra CISL, UIL e Confindustria, sia decisioni unilaterali prese recentemente in materia di lavoro e welfare, che modificano alcuni punti del protocollo del 23 Luglio 2007 (decreto legge 112 del 25 Giugno 2008), senza la consultazione delle parti sociali, sembrano orientate da una logica del divide et impera. Tuttavia, minare le fondamenta della concertazione in un momento storico in cui la condivisione di un programma di lungo periodo tra le parti sociali per il sostegno della crescita economica sembra più che auspicabile non pare una strategia lungimirante. Il dialogo sociale, nella veste di concertazione tripartita, può essere lo strumento per determinare le basi di politiche economiche e sociali che sostengano la crescita e l’occupazione a livello macro. Specularmente, relazioni industriali basate sulla cooperazione tra le parti sociali a livello micro possono rappresentare la base per intense politiche innovative da parte delle imprese, specialmente sotto il profilo del cambiamento organizzativo, in grado di sostenere la competitività delle imprese stesse. Sarebbe, inoltre, auspicabile che la politica di concertazione riprendesse un cammino con un tasso di innovatività più elevato, almeno con quel tasso di innovatività che così spesso è richiesto ai singoli agenti, imprese o lavoratori, da parte delle stesse forze sociali e dal governo. Alla luce della presente crisi economica sorgono diversi interrogativi che lasciamo aperti per fornire spunti di riflessione. In linea con l’evidenza storica che mostra una decisa correlazione tra periodi di crisi economica e intensificazione della centralizzazione del sistema di relazioni industriali. assisteremo anche nei prossimi anni ad un “nuovo” richiamo alla centralizzazione?; possiamo considerare obsolete le posizioni delle parti sociali espresse negli ultimi tempi ed esprimere l’opportunità di un “new deal” tra gli attori sociali volto a fronteggiare le difficoltà contingenti?; le autorità di governo asseconderanno e parteciperanno ai processi di concertazione o proseguiranno in un’opera che appare di delegittimazione dei processi di concertazione stessi?
Pini, Paolo; Antonioli, Davide
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