The starting point of this dissertation is the reconstruction of the biographical and intellectual vicissitudes of the Italo-Russian Andrea Caffi (St. Petersburg 1887 - Paris 1955). Consequently, the first chapter attempts to enlighten this “very acute and very unknown author” and highlights the originality of his thought. If we can rightfully ascribe his theories to a socialist and libertarian background, he is nevertheless an author that we cannot include in any canonised theoretical-political school. For this reason, the dissertation pursues an attempt to identify a theoretical-interpretative framework able to give Caffi the attention and the scientific rigour that he deserves without forcing interpretation. To accomplish this goal, the research resorts to the political thought of Hannah Arendt. The second chapter is, thus, dedicated to the presentation of a distinctive aspect of Arendt’s philosophical-political theory: the idea that within the “great tradition of Western political thought”, marked by a particular conception of power as sovereignty and monopoly of violence, there is also “another tradition” able to provide a not-dominative notion of power. The twofold question that we try to answer is: could it be possible to read Andrea Caffi in the light of the Arendtian suggestion of the existence of a minority tradition of Western political philosophy? And, if so, can Caffi give back to Arendt a confirmation of the existence of this “other tradition”, also offering to the Arendtian studies a new term of comparison? Of course, the individuation of this framework of meaning is not arbitrary. Not only significant scholars have already indicated remarkable connections between Caffi and Arendt but, historically speaking, we should also not underestimate some common friendships of the two authors and, above all, their participation in the review “politics”. Therefore, in the third (and last) chapter, the previous two parts of the dissertation converge. Ultimately we propose a posthumous dialogue between the Italian-Russian thinker and the German philosopher. By focusing this dialogue on the issue of the critique of violence and a general redefinition of politics after the totalitarian disaster – theoretically and anthropologically founding human associated life on the categories of plurality (Arendt) and sociability (Caffi) – the conclusions affirmatively answer the research question formulated above.

La tesi che qui si presenta muove dalla ricostruzione della vicenda biografica e intellettuale dell’italo-russo Andrea Caffi (San Pietroburgo 1887 – Parigi 1955). Il primo capitolo dell’elaborato cerca quindi di fare luce su questo «autore tanto acuto e tanto misconosciuto» e ne valorizza l’originalità del pensiero. Se le sue teorie sono legittimamente riconducibili a una matrice socialista e libertaria, egli rimane comunque un autore incollocabile in una qualsiasi scuola teorico-politica canonizzata. Per questa ragione la tesi prosegue cercando di individuare una cornice teorico-interpretativa in grado di restituire a Caffi l’attenzione e il rigore scientifico che merita, senza cedere però a inopportune forzature interpretative. Al fine di adempiere a questo compito, la ricerca qui condotta ricorre al pensiero politico di Hannah Arendt. Il secondo capitolo della tesi è dunque dedicato alla presentazione di uno specifico aspetto della teoria filosofico-politica arendtiana: l’idea che in seno alla “grande tradizione del pensiero politico occidentale”, caratterizzata da una certa idea del potere come istanza sovrana e monopolio della violenza, esista anche una “altra tradizione” capace invece di veicolare una concezione non dominativa del potere. La duplice domanda a cui si cerca di dare risposta è dunque la seguente: potrebbe Andrea Caffi essere letto alla luce della suggestione arendtiana dell’esistenza di una tradizione di minoranza della filosofia politica occidentale? E, se sì, può Caffi restituire a sua volta una conferma della validità di questa stessa intuizione arendtiana dandole anche un nuovo termine di confronto, per altro esterno ai più classici riferimenti degli Arendt studies? L’individuazione di questa cornice di senso, ovviamente, non è per nulla arbitraria. Non solo degli importanti studiosi hanno già indicato significative convergenze tra Caffi e Arendt ma, storicamente parlando, non vanno sottovalutate alcune comuni frequentazioni dei due autori e, soprattutto, la loro partecipazione alla rivista newyorkese «politics». Nel terzo (e ultimo) capitolo, dunque, le precedenti due parti della tesi convergono, presentando infine un dialogo postumo tra il pensatore italo-russo e la filosofa tedesca. Incentrando questo dialogo sul tema della critica della violenza e di una generale ridefinizione radicale della politica dopo la catastrofe totalitaria – fondando teoricamente e antropologicamente la vita associata sulla base delle categorie della pluralità (Arendt) e della socievolezza (Caffi) – le conclusioni a cui si giunge rispondono affermativamente alla domanda di ricerca qui sopra formulata.

«Né il potere con il dominio né la legge con il comando». Caffi, Arendt e l’altra tradizione

BASSI, Daniele
2022-06-20T00:00:00+02:00

Abstract

La tesi che qui si presenta muove dalla ricostruzione della vicenda biografica e intellettuale dell’italo-russo Andrea Caffi (San Pietroburgo 1887 – Parigi 1955). Il primo capitolo dell’elaborato cerca quindi di fare luce su questo «autore tanto acuto e tanto misconosciuto» e ne valorizza l’originalità del pensiero. Se le sue teorie sono legittimamente riconducibili a una matrice socialista e libertaria, egli rimane comunque un autore incollocabile in una qualsiasi scuola teorico-politica canonizzata. Per questa ragione la tesi prosegue cercando di individuare una cornice teorico-interpretativa in grado di restituire a Caffi l’attenzione e il rigore scientifico che merita, senza cedere però a inopportune forzature interpretative. Al fine di adempiere a questo compito, la ricerca qui condotta ricorre al pensiero politico di Hannah Arendt. Il secondo capitolo della tesi è dunque dedicato alla presentazione di uno specifico aspetto della teoria filosofico-politica arendtiana: l’idea che in seno alla “grande tradizione del pensiero politico occidentale”, caratterizzata da una certa idea del potere come istanza sovrana e monopolio della violenza, esista anche una “altra tradizione” capace invece di veicolare una concezione non dominativa del potere. La duplice domanda a cui si cerca di dare risposta è dunque la seguente: potrebbe Andrea Caffi essere letto alla luce della suggestione arendtiana dell’esistenza di una tradizione di minoranza della filosofia politica occidentale? E, se sì, può Caffi restituire a sua volta una conferma della validità di questa stessa intuizione arendtiana dandole anche un nuovo termine di confronto, per altro esterno ai più classici riferimenti degli Arendt studies? L’individuazione di questa cornice di senso, ovviamente, non è per nulla arbitraria. Non solo degli importanti studiosi hanno già indicato significative convergenze tra Caffi e Arendt ma, storicamente parlando, non vanno sottovalutate alcune comuni frequentazioni dei due autori e, soprattutto, la loro partecipazione alla rivista newyorkese «politics». Nel terzo (e ultimo) capitolo, dunque, le precedenti due parti della tesi convergono, presentando infine un dialogo postumo tra il pensatore italo-russo e la filosofa tedesca. Incentrando questo dialogo sul tema della critica della violenza e di una generale ridefinizione radicale della politica dopo la catastrofe totalitaria – fondando teoricamente e antropologicamente la vita associata sulla base delle categorie della pluralità (Arendt) e della socievolezza (Caffi) – le conclusioni a cui si giunge rispondono affermativamente alla domanda di ricerca qui sopra formulata.
CASTELLI, Alberto
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Descrizione: Tesi
Tipologia: Tesi di dottorato
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11392/2489529
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