La diagnosi clinica di sepsi è andata, nel corso degli anni più recenti, affinandosi e perfezionandosi sulla base dell'evolvere delle conoscenze scientifiche sui complessi meccanismi fisiopatologici che spiegano il danno di organo che può verificarsi, con gravità diversa, nella sepsi stessa. E, così, definita, finalmente, la sepsi, la sepsi severa, lo shock settico, la ricerca clinica è volta, da un lato, ad affinare le possibilità di diagnosi microbiologica e, dall’altro, ad identificare, attraverso la applicazione di metodiche laboratoristiche sempre più sofisticate, markers biochimici cui confidare sia significato diagnostico (soprattutto in fase precoce) sia anche significato funzionale – prognostico. Di pari passo, la diagnosi di morte per “sepsi” non può più confidare solo su dati clinico – anamnestici e sulla dimostrazione di reperti istopatologici assolutamente aspecifici (sito di infezione, congestione vasale poliviscerale, edema, etc) ma deve avvalersi di una serie di indagini di laboratorio ed immunoistochimiche volte alla dimostrazione della attivazione della complessa risposta all’insulto infettivo, tenendo ben presente che, come le oramai acquisite conoscenze fisiopatologiche dimostrano, il quadro clinico può anche non coincidere con la contestuale presenza (e, quindi, dimostrabilità) di agenti infettivi nell’organismo. Dallo studio di alterazioni istopatologiche, del tutto aspecifiche ed, in genere, non patognomoniche della sepsi a metodiche (immunoistochimiche, di indagine proteomica, etc) volte ad indagare le cascate bioumorali della risposta infiammatoria e del danno d’organo che ne consegue; questo è il passo che, anche nelle morti sepsi – correlate, il patologo forense deve, necessariamente, compiere verso una conoscenza “scientifica”, come tale, conoscenza obiettiva ed orientata verso un substrato di conoscenze che tengano conto della complessità della sepsi stessa. Solo così il dato fornito dal patologo forense, fondato su premesse conoscitive sicure e ben determinato e rafforzato nel suo valore di certezza dalla applicazione operativa di raffinati strumenti tecnologici, potrà essere un valido strumento epistemico diretto a fornire al giudice informazioni attendibili, certe e scientificamente controllate e, quindi, utili per l’accertamento dei fatti.

Il patologo forense e la diagnosi di morte da shock settico: un impegno laboratoristico sensibile agli attuali avanzamenti tecnologici.

NERI, Margherita;
2014

Abstract

La diagnosi clinica di sepsi è andata, nel corso degli anni più recenti, affinandosi e perfezionandosi sulla base dell'evolvere delle conoscenze scientifiche sui complessi meccanismi fisiopatologici che spiegano il danno di organo che può verificarsi, con gravità diversa, nella sepsi stessa. E, così, definita, finalmente, la sepsi, la sepsi severa, lo shock settico, la ricerca clinica è volta, da un lato, ad affinare le possibilità di diagnosi microbiologica e, dall’altro, ad identificare, attraverso la applicazione di metodiche laboratoristiche sempre più sofisticate, markers biochimici cui confidare sia significato diagnostico (soprattutto in fase precoce) sia anche significato funzionale – prognostico. Di pari passo, la diagnosi di morte per “sepsi” non può più confidare solo su dati clinico – anamnestici e sulla dimostrazione di reperti istopatologici assolutamente aspecifici (sito di infezione, congestione vasale poliviscerale, edema, etc) ma deve avvalersi di una serie di indagini di laboratorio ed immunoistochimiche volte alla dimostrazione della attivazione della complessa risposta all’insulto infettivo, tenendo ben presente che, come le oramai acquisite conoscenze fisiopatologiche dimostrano, il quadro clinico può anche non coincidere con la contestuale presenza (e, quindi, dimostrabilità) di agenti infettivi nell’organismo. Dallo studio di alterazioni istopatologiche, del tutto aspecifiche ed, in genere, non patognomoniche della sepsi a metodiche (immunoistochimiche, di indagine proteomica, etc) volte ad indagare le cascate bioumorali della risposta infiammatoria e del danno d’organo che ne consegue; questo è il passo che, anche nelle morti sepsi – correlate, il patologo forense deve, necessariamente, compiere verso una conoscenza “scientifica”, come tale, conoscenza obiettiva ed orientata verso un substrato di conoscenze che tengano conto della complessità della sepsi stessa. Solo così il dato fornito dal patologo forense, fondato su premesse conoscitive sicure e ben determinato e rafforzato nel suo valore di certezza dalla applicazione operativa di raffinati strumenti tecnologici, potrà essere un valido strumento epistemico diretto a fornire al giudice informazioni attendibili, certe e scientificamente controllate e, quindi, utili per l’accertamento dei fatti.
Turillazzi, E; Neri, Margherita; Frati, P; Riezzo, I; Fineschi, V.
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