La scena italiana, per la sua complessità sia morfologica che culturale, ha sempre posto problemi diversi e ben più articolati rispetto ad altri contesti. Unica fra tutte le architetture europee, quella italiana ha sempre contrattato la propria adesione alla modernità attraverso un sistema di filtri che la ponevano in grado di dialogare con le risorse offerte dalla tradizione; nessuna accettazione tout court dei dogmi del moderno, ma continua rielaborazione il cui valore dei lasciti è diventato patrimonio dell’architettura italiana. La qualità del progetto italiano, soprattutto dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta, è sempre stata quella di saper trasformare la semplicità dei temi, soprattutto quello residenziale, in una forte intensità sociale, politica e culturale fondendo tra loro differenti elementi e sistemi. Laddove si è esercitata, come a Corte di Cadore, la possibilità di creare uno spazio ibrido in cui si è consumato il rapporto tra modernità e tradizione, cioè dal dopoguerra fino agli anni ottanta (dagli studi sulla città, alle varie forme di neostoricismo), si è assistito ad una convincente innovazione culturale. L’Italia è stata storicamente un Paese in cui l’architettura è riuscita a dialogare ed essere luogo di incontro e sintesi tra processi economici e culturali. Si analizzerà nel dettaglio ciò che è successo a Corte di Cadore da metà degli anni cinquanta: dal rapporto diretto tra committente ed architetto all’aspetto sociale, che hanno reso questa esperienza unica in Italia. Mattei, sulla scia dell'esperienza di Adriano Olivetti ad Ivrea, realizza un modello di impresa in cui politica sociale e industriale si fondono in un'unica entità di trasformazione del territorio. Il progetto architettonico del Villaggio Corte di Cadore, incompiuto nella sua totalità per la prematura scomparsa di Mattei, è composto da una serie di “elementi” puntiformi che ne definiscono l’aspetto: alcuni ordinari, quali le case unifamiliari o bifamiliari o come il campeggio, altri straordinari quali la Chiesa, progettata con Carlo Scarpa, la Colonia, il residence e l’albergo. Ed è proprio sul rapporto tra oggetti ordinari e straordinari che riescono a rivaleggiare con le maestose cime dolomitiche che li circondano, il Pelmo e l’Antelao, che troviamo la lezione più interessante del progetto del Villaggio, in perfetta sintonia con l’opera che un decennio prima Carlo Mollino aveva realizzato a Salice d’Ulzio e quella di Albini a Cervinia : da una parte la produzione di oggetti ordinari, frutto dell’interpretazione dei canoni della trazione tradotti nel moderno, tecnologicamente raffinati, quali le residenze o il campeggio, dall’altra oggetti unici, semplici nelle forme e nelle scelte dei materiali ma straordinari per la loro collocazione, dimensione, e importanza all’interno della morfologia del villaggio, la Colonia e la Chiesa, così come le alte vette che circondano il villaggio svettano maestose nel panorama. Un approccio tipico dell’architettura italiana colta del periodo in cui a realizzazioni ordinarie quali il Tiburtino di Quaroni e Ridolfi o alcuni quartieri INA Casa, o le torri in viale Etiopia a Roma di Ridolfi e Frankl, ma socialmente intense, si affiancano la chiesa sull’Autostrada del Sole di Michelucci o i BBPR con la Torre Velasca o il progetto per l’accademia nazionale di danza a Roma di Moretti o ancora la Chiesa di San Giovanni Bosco a Bologna di Vaccaro.

Straordinaria Semplicità

GAIANI, Alessandro
2016

Abstract

La scena italiana, per la sua complessità sia morfologica che culturale, ha sempre posto problemi diversi e ben più articolati rispetto ad altri contesti. Unica fra tutte le architetture europee, quella italiana ha sempre contrattato la propria adesione alla modernità attraverso un sistema di filtri che la ponevano in grado di dialogare con le risorse offerte dalla tradizione; nessuna accettazione tout court dei dogmi del moderno, ma continua rielaborazione il cui valore dei lasciti è diventato patrimonio dell’architettura italiana. La qualità del progetto italiano, soprattutto dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta, è sempre stata quella di saper trasformare la semplicità dei temi, soprattutto quello residenziale, in una forte intensità sociale, politica e culturale fondendo tra loro differenti elementi e sistemi. Laddove si è esercitata, come a Corte di Cadore, la possibilità di creare uno spazio ibrido in cui si è consumato il rapporto tra modernità e tradizione, cioè dal dopoguerra fino agli anni ottanta (dagli studi sulla città, alle varie forme di neostoricismo), si è assistito ad una convincente innovazione culturale. L’Italia è stata storicamente un Paese in cui l’architettura è riuscita a dialogare ed essere luogo di incontro e sintesi tra processi economici e culturali. Si analizzerà nel dettaglio ciò che è successo a Corte di Cadore da metà degli anni cinquanta: dal rapporto diretto tra committente ed architetto all’aspetto sociale, che hanno reso questa esperienza unica in Italia. Mattei, sulla scia dell'esperienza di Adriano Olivetti ad Ivrea, realizza un modello di impresa in cui politica sociale e industriale si fondono in un'unica entità di trasformazione del territorio. Il progetto architettonico del Villaggio Corte di Cadore, incompiuto nella sua totalità per la prematura scomparsa di Mattei, è composto da una serie di “elementi” puntiformi che ne definiscono l’aspetto: alcuni ordinari, quali le case unifamiliari o bifamiliari o come il campeggio, altri straordinari quali la Chiesa, progettata con Carlo Scarpa, la Colonia, il residence e l’albergo. Ed è proprio sul rapporto tra oggetti ordinari e straordinari che riescono a rivaleggiare con le maestose cime dolomitiche che li circondano, il Pelmo e l’Antelao, che troviamo la lezione più interessante del progetto del Villaggio, in perfetta sintonia con l’opera che un decennio prima Carlo Mollino aveva realizzato a Salice d’Ulzio e quella di Albini a Cervinia : da una parte la produzione di oggetti ordinari, frutto dell’interpretazione dei canoni della trazione tradotti nel moderno, tecnologicamente raffinati, quali le residenze o il campeggio, dall’altra oggetti unici, semplici nelle forme e nelle scelte dei materiali ma straordinari per la loro collocazione, dimensione, e importanza all’interno della morfologia del villaggio, la Colonia e la Chiesa, così come le alte vette che circondano il villaggio svettano maestose nel panorama. Un approccio tipico dell’architettura italiana colta del periodo in cui a realizzazioni ordinarie quali il Tiburtino di Quaroni e Ridolfi o alcuni quartieri INA Casa, o le torri in viale Etiopia a Roma di Ridolfi e Frankl, ma socialmente intense, si affiancano la chiesa sull’Autostrada del Sole di Michelucci o i BBPR con la Torre Velasca o il progetto per l’accademia nazionale di danza a Roma di Moretti o ancora la Chiesa di San Giovanni Bosco a Bologna di Vaccaro.
9788815270320
architettura moderna Welfare sociale
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11392/2366906
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