In A Philosophical Inquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful (1757) il gusto ha un campo di pertinenza ampio. La definizione del bello e del sublime e le loro manifestazione nella letteratura e nelle arti figurative costituiscono il nucleo delle riflessioni estetiche intorno alle quali Edmund Burke articola la sua teoria del linguaggio incentrata su un gusto anti-pittorialista. Nel saggio introduttivo che aggiunse alla seconda edizione, pubblicata nel 1759, egli sviluppa un discorso intorno all’etica del gusto per mostrare come l’apprezzamento dell’arte abbia profonde diramazioni nella sfera sociale. Rielaborando le concezioni empiriste riguardo alle facoltà cognitive e critiche, Burke si prefigge non solo di identificare le passioni suscitate dalla fruizione artistica e di indagare le specifiche modalità espressive attribuibili al codice verbale e visivo, ma anche di comprendere quali siano i tratti comuni o individuali, innati o acquisibili, essenziali o variabili nei criteri di giudizio e di apprezzamento. La riflessione burkeana sul gusto mostra la coesistenza di speculazioni estetiche e obiettivi etici, che genera una dialettica irresolubile e al contempo vitalizzante. Appropriandosi delle teorie empiriste, rivisitando il topos dell’ut pictura poësis, Burke si muove con decisione verso l’anti-pittorialismo e approda al sublime, misterioso e finanche sconvolgente. Tuttavia, le riflessioni sul gusto espresse nel saggio incluso nella seconda edizione del 1759 rivestono le questioni estetiche di valenze etiche, tentando di riportare l’asse del discorso entro la sfera razionale. L’oscurità trasporta, sommuove e può celare aspetti meravigliosi e terribili; l’intelletto discerne, chiarifica e fissa le idee. Desiderio e disciplina: l’Inquiry porta con sé, dialetticamente, l’esercizio della ragione e lo slancio della visione.

Anti-pittorialismo sublime e ragione etica: la dialettica del gusto nella Inquiry di Edmund Burke

SPINOZZI, Paola
2009

Abstract

In A Philosophical Inquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful (1757) il gusto ha un campo di pertinenza ampio. La definizione del bello e del sublime e le loro manifestazione nella letteratura e nelle arti figurative costituiscono il nucleo delle riflessioni estetiche intorno alle quali Edmund Burke articola la sua teoria del linguaggio incentrata su un gusto anti-pittorialista. Nel saggio introduttivo che aggiunse alla seconda edizione, pubblicata nel 1759, egli sviluppa un discorso intorno all’etica del gusto per mostrare come l’apprezzamento dell’arte abbia profonde diramazioni nella sfera sociale. Rielaborando le concezioni empiriste riguardo alle facoltà cognitive e critiche, Burke si prefigge non solo di identificare le passioni suscitate dalla fruizione artistica e di indagare le specifiche modalità espressive attribuibili al codice verbale e visivo, ma anche di comprendere quali siano i tratti comuni o individuali, innati o acquisibili, essenziali o variabili nei criteri di giudizio e di apprezzamento. La riflessione burkeana sul gusto mostra la coesistenza di speculazioni estetiche e obiettivi etici, che genera una dialettica irresolubile e al contempo vitalizzante. Appropriandosi delle teorie empiriste, rivisitando il topos dell’ut pictura poësis, Burke si muove con decisione verso l’anti-pittorialismo e approda al sublime, misterioso e finanche sconvolgente. Tuttavia, le riflessioni sul gusto espresse nel saggio incluso nella seconda edizione del 1759 rivestono le questioni estetiche di valenze etiche, tentando di riportare l’asse del discorso entro la sfera razionale. L’oscurità trasporta, sommuove e può celare aspetti meravigliosi e terribili; l’intelletto discerne, chiarifica e fissa le idee. Desiderio e disciplina: l’Inquiry porta con sé, dialetticamente, l’esercizio della ragione e lo slancio della visione.
Spinozzi, Paola
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