Nel quadro dell’Italia del dopoguerra, la possibilità di approfondire la conoscenza non di una singola opera pur emblematica, quanto piuttosto, attraverso le diverse esperienze progettuali di una figura meno nota del panorama dell’architettura e dell’ingegneria italiana, di leggere la ricorrenza di diversi atteggiamenti e metodi nella trasformazione del paesaggio di questo Paese, è sembrata un’occasione utile, certamente irta di difficoltà, per comprendere alcuni nodi importanti attorno ai quali si dibatte la cultura architettonica quando si confronta con le esigenze – che sono spesso apparse tra di loro opposte – del progetto di grandi infrastrutture e della salvaguardia del paesaggio. La vasta rete autostradale realizzata nel paesaggio italiano ha imposto nuove soluzioni progettuali, tecniche costruttive, soluzioni tecnologiche, organizzazioni produttive. È lo stesso Silvano Zorzi a sottolinearlo facendo nel 1980 il bilancio dei trent’anni di propria attività nel settore: “…; la nuova viabilità a scorrimento veloce, che prevede ampi raggi di curvatura e pendenze moderate, ha imposto sovente, specie in ambiente montagnoso, attraversamenti di vallate su ponti ad altezze vertiginose o scavalcamenti di depressioni orografiche su lunghissimi viadotti". Le opere di Zorzi, e in particolare i ponti e i viadotti che costituiscono la parte più consistente e importante della sua opera, sono state per lo più lette, come suggeriva lo stesso autore, attraverso gli schemi statici e i processi costruttivi che le avevano generate, compresi nell’unico termine “sistemi”: ponti e viadotti gettati in opera con puntellazioni dal basso (progettati e realizzati dal 1957 al 1987); ponti e viadotti con elementi prefabbricati (dal 1957 al 1985); ponti e viadotti costruiti a sbalzo (dal 1963 al 1985); ponti e viadotti costruiti con centina mobile autovarante (dal 1968 al 1981); ponti e viadotti a struttura metallica (dal 1968 al 1993). Queste categorie rappresentano anche, nella loro successione pressoché cronologica, la progressiva evoluzione delle tecniche costruttive adottate nel campo della realizzazione di grandi viadotti . Le “opere d’arte maggiori”, ovvero i grandi ponti e viadotti nella dizione della tradizione ingegneristica, sono intese da Zorzi come architetture permanenti nel paesaggio, espressione di valori di armonia e durata che si oppongono alle ragioni della standardizzazione e della durata programmata, tipiche di una certa produzione edilizia del Novecento, che sovente si è applicata e purtroppo a volte tutt’oggi si applica alle infrastrutture viarie, intese spesso come meri “strumenti per la viabilità".

Ponti e viadotti nel paesaggio. Silvano Zorzi e il sistema delle autostrade italiane

MASSARENTE, Alessandro
2005

Abstract

Nel quadro dell’Italia del dopoguerra, la possibilità di approfondire la conoscenza non di una singola opera pur emblematica, quanto piuttosto, attraverso le diverse esperienze progettuali di una figura meno nota del panorama dell’architettura e dell’ingegneria italiana, di leggere la ricorrenza di diversi atteggiamenti e metodi nella trasformazione del paesaggio di questo Paese, è sembrata un’occasione utile, certamente irta di difficoltà, per comprendere alcuni nodi importanti attorno ai quali si dibatte la cultura architettonica quando si confronta con le esigenze – che sono spesso apparse tra di loro opposte – del progetto di grandi infrastrutture e della salvaguardia del paesaggio. La vasta rete autostradale realizzata nel paesaggio italiano ha imposto nuove soluzioni progettuali, tecniche costruttive, soluzioni tecnologiche, organizzazioni produttive. È lo stesso Silvano Zorzi a sottolinearlo facendo nel 1980 il bilancio dei trent’anni di propria attività nel settore: “…; la nuova viabilità a scorrimento veloce, che prevede ampi raggi di curvatura e pendenze moderate, ha imposto sovente, specie in ambiente montagnoso, attraversamenti di vallate su ponti ad altezze vertiginose o scavalcamenti di depressioni orografiche su lunghissimi viadotti". Le opere di Zorzi, e in particolare i ponti e i viadotti che costituiscono la parte più consistente e importante della sua opera, sono state per lo più lette, come suggeriva lo stesso autore, attraverso gli schemi statici e i processi costruttivi che le avevano generate, compresi nell’unico termine “sistemi”: ponti e viadotti gettati in opera con puntellazioni dal basso (progettati e realizzati dal 1957 al 1987); ponti e viadotti con elementi prefabbricati (dal 1957 al 1985); ponti e viadotti costruiti a sbalzo (dal 1963 al 1985); ponti e viadotti costruiti con centina mobile autovarante (dal 1968 al 1981); ponti e viadotti a struttura metallica (dal 1968 al 1993). Queste categorie rappresentano anche, nella loro successione pressoché cronologica, la progressiva evoluzione delle tecniche costruttive adottate nel campo della realizzazione di grandi viadotti . Le “opere d’arte maggiori”, ovvero i grandi ponti e viadotti nella dizione della tradizione ingegneristica, sono intese da Zorzi come architetture permanenti nel paesaggio, espressione di valori di armonia e durata che si oppongono alle ragioni della standardizzazione e della durata programmata, tipiche di una certa produzione edilizia del Novecento, che sovente si è applicata e purtroppo a volte tutt’oggi si applica alle infrastrutture viarie, intese spesso come meri “strumenti per la viabilità".
2005
Massarente, Alessandro
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11392/1206058
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