Il Museo di Arte Romana a Merida ha costituito per molti versi il caposaldo di un certo modo di intendere il rapporto tra l’antico e l’architettura moderna e ciò attraverso un uso della citazione assolutamente indiretto e ambiguo, proprio perché non immediatamente avvertibile. Al punto che questa grande biblioteca di resti lapidei sembra capace, anche a distanza di anni dai primi studi che se ne sono occupati, di suggerire al visitatore la dimensione dell’insediamento romano attraverso l’allusione a quel mondo, che si produce tramite uno spazio espositivo capace di riflettere il senso degli stessi oggetti e frammenti che vi sono esposti, che si rivelano nella loro nudità. Quella certa “ridondanza” presente nell’iconografia del muro romano viene assunta in questo museo come supporto adeguato per l’esposizione di resti archeologici dello stesso periodo storico. In realtà questa ridondanza sembra essere piuttosto la traccia di un’idea di permanenza e di durata dell’architettura che lo stesso Rafael Moneo chiarisce in alcuni suoi scritti: la volontà di tradurre in chiave contemporanea l’idea di costruzione romana consente di accogliere ed esporre in modo adeguato reperti e frammenti dell’architettura antica. Un gioco di rimandi al limite dell’ambiguità, nel quale non è possibile immediatamente percepire la differenza tra antico e contemporaneo, tra originale e citazione, come è possibile rilevare nello stesso impianto di questo museo. Le rovine di Augusta Emerita e il nuovo museo si accordano perfettamente senza bisogno di alcun riferimento stilistico o procedimento geometrico, ma attraverso l’uso del medesimo princìpio costruttivo, che rende quasi naturale l’apparenza, ed insieme ovvio il germe di un paradosso: quello generato dal costruire sopra le rovine, nascondendo e nel contempo rivelando quei resti che sono la ragione stessa dell’esistenza del museo, secondo un princìpio di sovrapposizione e stratificazione che ha radici antiche nella storia dell’architettura.

Le ambigue citazioni di Moneo a Merida

MASSARENTE, Alessandro
2000

Abstract

Il Museo di Arte Romana a Merida ha costituito per molti versi il caposaldo di un certo modo di intendere il rapporto tra l’antico e l’architettura moderna e ciò attraverso un uso della citazione assolutamente indiretto e ambiguo, proprio perché non immediatamente avvertibile. Al punto che questa grande biblioteca di resti lapidei sembra capace, anche a distanza di anni dai primi studi che se ne sono occupati, di suggerire al visitatore la dimensione dell’insediamento romano attraverso l’allusione a quel mondo, che si produce tramite uno spazio espositivo capace di riflettere il senso degli stessi oggetti e frammenti che vi sono esposti, che si rivelano nella loro nudità. Quella certa “ridondanza” presente nell’iconografia del muro romano viene assunta in questo museo come supporto adeguato per l’esposizione di resti archeologici dello stesso periodo storico. In realtà questa ridondanza sembra essere piuttosto la traccia di un’idea di permanenza e di durata dell’architettura che lo stesso Rafael Moneo chiarisce in alcuni suoi scritti: la volontà di tradurre in chiave contemporanea l’idea di costruzione romana consente di accogliere ed esporre in modo adeguato reperti e frammenti dell’architettura antica. Un gioco di rimandi al limite dell’ambiguità, nel quale non è possibile immediatamente percepire la differenza tra antico e contemporaneo, tra originale e citazione, come è possibile rilevare nello stesso impianto di questo museo. Le rovine di Augusta Emerita e il nuovo museo si accordano perfettamente senza bisogno di alcun riferimento stilistico o procedimento geometrico, ma attraverso l’uso del medesimo princìpio costruttivo, che rende quasi naturale l’apparenza, ed insieme ovvio il germe di un paradosso: quello generato dal costruire sopra le rovine, nascondendo e nel contempo rivelando quei resti che sono la ragione stessa dell’esistenza del museo, secondo un princìpio di sovrapposizione e stratificazione che ha radici antiche nella storia dell’architettura.
2000
Massarente, Alessandro
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11392/1206043
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